Chernobyl

Può Chernobyl,    nome che come nessun altro evoca terrore e distruzione, essere considerato vacanza?

Vacanza…cioè vuoto,

Si, se il vuoto lo vuoi riempire di significato, memoria, rispetto.

Da tanto ci pensavo, e assieme a Simone, grande viaggiatore e grande amico   abbiamo organizzato.

La prima cosa da sapere è che non ci può avvicinare alla centrale nucleare in maniera autonoma; è stata creata una zona circolare, chiamata di alienazione,   avente il reattore come centro e un raggio di 30 chilometri.

Tutti gli accessi sono controllati dall’esercito ucraino, e solo chi è in possesso di un particolare  permesso può accedervi.

Esistono alcune agenzie specializzate che organizzano tour in giornata con partenza da Kiev;la più grande e ben organizzata è la Chernobyl tour

https://www.chernobyl-tour.com/english/

Pensano a tutto loro; si manda il numero di passaporto e sl costo di circa 80 euro ci si aggrega al tour che parte alle 8 di mattina di fianco alla stazione ferroviaria principale di Kiev.

Resta solo da acquistare il volo, con fluida, la compagnia di bandiera, abbiamo speso 120 euro da Orio sl serio.

L’organizzazione del viaggio si è rivelata così estremamente semplice.

Arriviamo a Kiev, città enorme da quasi 5 milioni di abitanti   dalla periferia infinita; si rivelerà  una città estremamente gradevole  molto verde e moderna, ricca di storia e di monumenti .

È stata un bellissimo contorno al piatto principale.

Puntuali io e Simone arriviamo al pulmino che ha il logo del tour; e rimaniamo immediatamente stupiti.

Non dobbiamo salire a bordo del piccolo mezzo   ma sull’autobus numero 3; davanti al furgone ci sono infatti 3 autobus gran turismo da 50 posti; siamo quindi 150, e in un giorno feriale un venerdì,  e solo per questo tour operator.

Il dépliant che ci viene dato spiega che il turismo a Chernobyl è la principale fonte di rinascita per la zona, e visto i numeri possiamo crederlo.

Ci mettiamo quasi 1 ora a uscire da Kiev; Olena e Ihor, le nostre guide  ci spiegano prima di tutto le regole da rispettare

Indossare maniche lunghe, non abbandonare mai e per nessun motivo il gruppo.

Non toccare assolutamente nulla, e  logicamente non portarsi a casa nessun souvenir.

Ci spiegano poi la storia dell’incidente,  ci raccontano come non si tratti di un guasto ma di un test finito male, rispondono a tutte le nostre domande.

Ci viene consegnato un contatore Geiger.

Ci spiegano valori e soglie di pericolosità.

Arriviamo al controllo della zona di alienazione; passiamo e ci viene consegnato un assorbitore di radioatti6da mettere al collo; a fine giornata sapremo esattamente quanta ne abbiamo presa.

Viaggiamo adess6su una strada in cattive condizioni   e  ovviamente senza traffico; qui tutto e disabitato e morto.

Dopo 20 minuti ci fer6al primo villaggio; qui siamo ancora relativamente lontani dalla centrale e possiamo entrare negli edifici.

Visitk quello che era un ambulatorio medico; vedo un lettino ginecologico,  flaconi di farmaci.

Su una sedia vedo una copia della Pravda, il Giornale ufficiale del partito comunista sovietico; non esisteva casa in cui La Verità    traduzione di Pravda  non entrasse  per convinzione politica, o , più  spesso,  per obbligo

Riporta la data del 1985…sarà una delle immagini simbolo di questo viaggio.

Con quella Pravda nella testa, pensando a chi l’abbia mai letta, alla sua vita, risalgo sull’autobus; la prossima sosta sarà all’antenna DUGA. (Raggio)

Era l’installazione antennistica più grande del mondo, da qui i sovietici potevano ascoltare, e disturbare, qualsiasi comunicazione radio in ogni angolo del pianeta.

È davvero enorme, e non è mai stata smantellata per evitare movimenti nel terreno, che qui è altamente radioattivo. ci fermano per un altro controllo, siamo all’interno del raggio di 10 km attorno alla centrale.

In pochi minuti infatti la vediamo.

Vediamo il nuovo sarcofago di cemento che ricopre il reattore esploso, ci portano praticamente a pochi metri, dove sorge il monumento alle vittime del disastro.

Mi sento incredulo, penso che è qui che è successo tutto; mi vengono al tempo stesso i brividi e le lacrime a pensare a quanto dolore e sofferenza sono scaturiti da questo posto.

Sotto a quella cupola, a pochi metri da me, dorme il mostro nucleare,  addormentato ma ancora vivo.

Ma la vita continua , persino qui…persino a Chernobyl; andiamo a pranzo nell’unica luogo disponi6nel raggio di decine di chilometri,  la mensa aziendale per i lavoratori della centrale e per i tanti turisti.

È una mensa normalissima,  non fosse per il fatto che per accedere devi passare attraverso un misuratore di radiazioni; il menu prevede riso con carne e zuppa; i tovaglioli dicono

Ciao, sto mangiando a Chernobyl…

Vorrebbe essere simpa6, ma non riesco a sorridere.

Torniamo all’autobus;sembra tutto così normale che quasi ci si dimentica del luogo in cui si è…

Appena 10 minuti, e la scritta che segnala l’inizio della città di Pripyat compare davanti a noi.

Pripyat era la città più moderna di tutta l’Unione Sovietica,  era sta fondata appena 16 anni prima, appositamente per i lavoratori della Centrale e per lo loro famiglie.

Era chiamata la città dei fiori, aveva alberghi, ristoranti,  teatri e cinema.

Si stava proprio bene.

Ma, il 27 aprile l’esercito sovietico fece sgombrare la citta; passarono i camion con gli altoparlanti a dire di prendere solo le cose indispensabili , entro pochi giorni tutti sarebbero rientrati nelle loro case.

Più di 1000 autobus arrivar6da Kiev.

Ma a Pripyat non tornò mai più nessuno.

Oggi è sconcertante camminare per la città; la natura sta riprendendo i suoi spazi, e i palazzi abbandonati sono fantasmi che spaventano e parlano di morte.

Si può stare al massimo un’ora; qui la radioattività è ancora alta, e i nostri contatori Geiger etichettano veloci; segnano 50 Sievert,  troppi.

Le guide hanno un album fotografico in mano,  ci fanno vedere come era Pripjat una volta.

L’albero principale di Prpyat

Il cinema teatro, il ristorante  il supermercato

È strano pensare a questa città; immaginare la gente che passeggia, che vive…immaginare la vita che scorre.

Ihor ci dice che l’edificio sventrato davanti a noi era la scuola; qui l’emozione e la drammaticità raggiungono l’apice…vediamo le aule, i giocattoli abbandonati…

Pensare a quando erano nuovi, alle piccole mani che li hanno sfiorati…un’angoscia profonda mi prende, adesso voglio fuggire da questo luogo velenoso…voglio pensare a tutto questo cone6a un brutto sogno

Gli unici italiani siamo io e Simone ;  ma anche se non capisco cosa dicono le altre persone attorno a me,  so che pensano e provano quello che penso e provo io…smarrimento e angoscia.

Tornando verso il bus passiamo dal famoso parco giochi di Pripyat…

Vediamo l’autoscontro e la ruota panoramica….non sono mai entrati in funzione…

L’inaugurazione avrebbe dovuto Avvenire il 1 maggio 1986, 5 giorni dopo la catastrofe.  Durante il viaggio di ritorno io e Simone parliamo poco; abbiamo viaggiato tanto tutti e due  ma forse mai così lontano….

Negli abissi di dolore e disperazione che abbiamo visto oggi non eravamo forse ancora mai stati, e nessun luogo è più distante di questo.

Uscendo dalla zona di alienazione consegnano gli assorbitori; riportiamo 0.003 millisievert  come una lastra in ospedale o un’ora di volo.

Conservo un diploma che certifica la mia visita a Chernobyl.

Anzi   molto di più…

Da ragazzo avevo aiutato con l’ospitalità dei cosiddetti bambini di Chernobyl, provenienti dalle zone contaminate di Bielorussia e Ucraina.

Solo ora, dopo quasi 30 anni,  riesco, in minima parte, a capire i loro sguardi disperati.

Autore dell'articolo: Ivan Marchisio

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